Ravenna Festival. Cristina Mazzavillani Muti e quel quarto figlio cresciuto con amore... in squadra

Giovedì 24 Maggio 2018 - Cesena
Cristina Mazzavillani Muti

Intervista alla donna che ha creato e reso grande il Ravenna Festival, con un sapiente lavoro di gruppo e con tenace spirito romagnolo

Incontro Cristina Mazzavillani Muti, la signora del Ravenna Festival, poco prima del suo impegno quotidiano per le audizioni dei giovani creativi al Teatro Alighieri. Ha una leggera raucedine e, soprattutto, una nuance blu elettrico nei capelli, che cattura l’attenzione. Parliamo della sua creatura, che ormai coltiva e cresce con amore quasi filiale da tre decenni. Quest’anno siamo all’edizione numero 29, con un titolo globale We Have a Dream declinato anche in chiave romagnola A j ò fat un sogn

Perché la vocazione del festival è internazionale, of course.  Con il festival, Ravenna va per il mondo e il mondo viene a Ravenna. Quest’anno il pianeta con le sue inquietudini e i suoi smarrimenti piomba nel festival con le parole profetiche del reverendo King, parole che assumono una potenza e valenza inusitata di fronte alla realtà quotidiana di un’America prigioniera di un piccolo presidente e di un incubo. La grandezza di We Have a Dream è declinata in chiave locale ma non sminuita, perché Cristina Mazzavillani Muti si fa forza del suo carattere, della sua squadra e della sua creatura romagnola. La Romagna è una terra capace di sogni. Grandi come un festival. E la lettura glocal è modernissima. Coltivare le radici per proiettarsi nel mondo. Per aprirsi, mescolarsi, per avvicinare le persone, i popoli, i paesi. Con la musica, l’arte, la bellezza.

Alla fine, sarà perché sono partito parlando del festival come un figlio, sarà che quel We Have a Dream rimanda al predicatore nero, sarà anche per la sua formazione cattolica, ma la signora Muti usa più volte metafore religiose, cita la Bibbia, l’apostolo Tommaso, Dio, il peccato originale. Insomma, è molto ispirata. E quindi, come non dar ragione ad Antonio Paolucci Direttore dei Musei Vaticani quando dice che “l’arte è l’ombra di Dio sulla terra”?

 

 

Cristina Mazzavillani Muti con Angelo Nicastro e Franco Masotti

 

L’INTERVISTA

Signora Cristina Mazzavillani Muti, siamo all’edizione numero 29 del Ravenna Festival. Oltre ai tre figli che ha tirato su insieme a suo marito, per lei c’è anche questo quarto figlio, che è diventato grande. Come le sembra sia venuto su, questo figlio?

“È un figlio tirato su da tanti di noi, in squadra. Siamo un gruppo di persone di buona volontà e ci somigliamo noi del festival. Siamo tutti romagnoli. E sappiamo di lavorare per una terra che ha certe caratteristiche ed è esigente. Lavoriamo pensando di dare soddisfazione a noi stessi e con l’idea di andare incontro anche alle esigenze degli altri. Perché parlo di Romagna? Perché la Romagna non è facile. Non è facile convincere la nostra gente che quello che si sta facendo è buono, è sincero, è genuino e non ha altri scopi se non quello di fare bene le cose che devono essere fatte bene.”

Un festival dal carattere romagnolo allora.

“Beh, la Romagna è una terra capace di dare molte soddisfazioni ma a volte rischia qualche chiusura. Noi lavoriamo su un progetto di festival multidisciplinare, che affronta ogni sfaccettatura dell’arte e della bellezza, dalla musica alla danza al teatro, dallo spettacolo popolare al meno popolare, dal classico al contemporaneo all’etnico. Andiamo incontro a molti gusti e interessi. Chi viene per seguire un proprio gusto particolare, magari finisce per scoprire e innamorarsi anche di altri generi. Dopo 28 anni credo che il festival sia davvero adulto e assolva bene alle sue funzioni.”

Insomma, diciamolo, questo festival è riuscito proprio bene, è un bel figliolo?

“Sì. Sì. È diventato un bel patrimonio comune.”

È passata tanta acqua sotto i ponti da quella prima edizione del 1991…

“In verità il primo festival, il numero zero, fu nel 1990 e cominciammo a prepararlo nel 1989.”

Cosa ricorda? Aveva paura? Temeva fosse un flop? O era sicura che potesse funzionare fin da subito?

“Sentivo molto la responsabilità. Ma in tutte le mie cose, da sempre, trasformo la paura in un incentivo. Nel senso che se c’è in me paura e soggezione, vuol dire che il compito che sto per affrontare è importante ed è difficile. E quindi va svolto in un certo modo. Questo mi dà la carica. E la risposta per il festival è stata quella di trovare le persone giuste da mettere al posto giusto e con cui lavorare insieme.”

Lei ricorda sempre che fu Benigno Zaccagnini, un amico di famiglia, a intercedere perché lei s’impegnasse nel Ravenna Festival, lei era restia all’inizio. Poi a quella chiamata non seppe e non poté dire di no. Gliene è ancora grata, immagino?

“Gliene sono grata perché mi ha dato uno scopo di vita che credevo di avere abbandonato, cioè il mio impegno personale per l’arte. Avevo abdicato per dedicarmi essenzialmente alla famiglia. Quella chiamata mi ha fatto bene.”

Rimpiange quella generazione di politici? Quella di Zaccagnini. Oppure non bisogna nutrire rimpianti?

“La rimpiango, la rimpiango. Ogni tanto mi ritrovo a pensare a persone come Benigno, come Aldo Moro, come De Gasperi, come Nenni, come Saragat, come Malagodi, come…”

Berlinguer, forse?

“Certo, certo, anche come Berlinguer. È da tanto tempo che non ne vediamo più di politici così.”

Come si trova in questa nuova Italia di questi anni? E che idea s’è fatta, per esempio, del governo giallo-verde che sta nascendo?

“Sono i tempi che corrono. Vediamo anche ciò che capita in America con Trump. È un passaggio epocale, per tutti. Per tutti i popoli, per tutti i paesi. E noi ci siamo dentro fino al collo.”

Ha mai conosciuto i nuovi leader emergenti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio? Che opinione ne ha?

“No, non li conosco. E non ne ho un’opinione personale precisa. Li sto a guardare, con gli occhi sgranati, senza parole.”

 

 

Torniamo al Festival numero 29, è il festival del sogno americano. Ma è un sogno speciale, è un sogno di libertà e di uguaglianza, per i diritti civili di Martin Luther King: We Have a Dream. Non un sogno qualsiasi, non è pop corn e Coca-Cola per intenderci…

“Sì. Prima mi ha chiesto dei leader italiani del passato. Qui è la stessa cosa. Dobbiamo tornare a Martin Luther King, alle sue parole. Dobbiamo ricominciare daccapo, da quelle parole. Perché quel sogno americano là oggi è messo in discussione: dovremmo dire We had a dream (ride, ndr). I sogni sono difficili da raggiungere nel mondo attuale in cui si mescola tutto. Non abbiamo ancora accettato il fatto che il mondo si sta mescolando. Il che è inevitabile. Basterebbe leggere la Bibbia per rendersi conto che è così da sempre. I popoli si sono sempre messi in movimento, si sono incontrati, scontrati, mescolati. All’inizio ci sono dei problemi ma poi nasce un grande valore aggiunto, pagato a caro prezzo, naturalmente.”

Questi grandi temi che scegliete ogni anno per il festival, insieme al messaggio di fratellanza universale lanciato con le Vie dell’Amicizia, sono un segnale potente: la musica, l’arte, la bellezza possono superare muri e avvicinare i popoli. È così?

“Sì. E ogni anno cerchiamo di ripassare la storia attraverso le sue pagine più belle.”

Ci parli delle perle dell’edizione 2018 del Ravenna Festival. A parte il Roberto Bolle and Friends che è andato esaurito in un baleno ed è un vincere facile, se me lo consente.

“Ci sono dei concerti bellissimi. Ma soprattutto la perla sta nella trama tematica del festival stesso. Più lo leggo il programma di quest’anno e più mi rendo conto che Franco Masotti e Angelo Nicastro hanno fatto un grande lavoro. La perla è lo sviluppo della narrazione. Un lettore attento si renderebbe conto che non sarebbe giusto perdere nemmeno una goccia di questa trama.”

Ma se proprio dovesse scegliere alcune chicche?

“Allora direi Kiss Me, Kate con parole e musiche di Cole Porter. Naturalmente il concerto dell’Amicizia Ravenna-Kiev, con Riccardo Muti e con John Malkovich che legge Abraham Lincoln, poi David Byrne, le cento chitarre elettriche. Ma è davvero difficile scegliere, preferisco fermarmi qui. Non è giusto, perché sono tutte cose molto belle e molto importanti.”

Ravenna Festival e la città. All’inizio non è stato facile. Oggi Ravenna credo non possa più prescindere dal Festival. Insieme ai nostri mosaici millenari, Ravenna Festival e il maestro Muti sono i principali ambasciatori di Ravenna nel mondo. Lo dico senza piaggeria.

“La ringrazio. Ha fatto bene a ricordare il maestro Muti, perché senza Riccardo Muti tutta questa grande costruzione del festival non saremmo forse riusciti a metterla in piedi. O comunque sarebbe stato tutto molto più difficile.”

 

Riccardo Muti

 

Eppure c’è sempre qualcuno che trova da ridire… che gnecca, come direbbe il poeta Spadoni. Perché Ravenna è così?

“È così. Perché Ravenna ha questo spirito ancora un po’ contadino, e lo dico in senso positivo, lo spirito del contadino che come l’apostolo Tommaso, vuole vedere, vuole toccare la ferita con il dito, non si fida. E allora noi gnecchiamo perché non vogliamo farci fregare (la signora dice un’altra parola e ride, poi mi prega di non trascriverla, ndr). Insomma, il contadino dice voglio vedere io se questo seme è buono, perché io lo devo piantare. E questo sarà fino alla fine dei tempi. Ma l’importante è che, gneccando, le persone almeno cerchino il meglio. Non chiudano le porte ma le aprano sempre di più.”

Il festival è diventato un grande cartellone che ormai produce eventi tutto l’anno dall’estate all’autunno, quest’anno anche a Natale. E poi le tante collaborazioni e la valorizzazione delle realtà artistiche e creative locali… è stata un’intuizione strategica, una necessità o un’intelligente ruffianeria quella di coinvolgere un po’ tutta la città nel festival?

“Aspetti, aspetti. Non mi sono mai posta questo problema in questi termini. Allora, mi sono messa a lavorare per il festival pensando che il festival fosse come un treno pieno di vagoni virtuosi, dove ognuno metteva del suo. Non un festival che viaggiava per conto suo sopra gli altri, ma che viaggiava con gli altri. Quindi no, non è ruffianeria, è la scelta strategica di fare squadra.”

La città con il festival e…

“E il festival per la città. Io così ho cominciato. E ho dovuto riavvicinarmi a Ravenna, riprendere contatto, riscoprirla, perché me ne ero andata da Ravenna. E quindi non potevo lavorare per Ravenna senza conoscerla. Ho dovuto riprenderla in mano. Sono andata a trovare tutti quelli che mi potevano dare una mano.”

Nell’ultima presentazione del festival lei usò parole inusuali di apprezzamento verso questa Amministrazione comunale. Ricordo che disse che finalmente sentiva pienamente compreso e valorizzato il vostro lavoro per il Ravenna Festival, compreso come mai prima. È sempre di quella opinione?

“In quel momento c’era l’esuberanza di una grande speranza, perché i primi incontri con la nuova amministrazione furono belli e molto positivi. Ci tengo a dire che il rapporto è ottimo ancora oggi, ma per come è messa la politica adesso, capisco che il Sindaco o l’Assessore alla Cultura abbiano tanti impegni e non sempre si può pretendere siano in viaggio con te e sugli stessi tuoi passi. Però continuo a sentirli vicini.”

Siamo partiti dai figli e chiudiamo con i figli e i nipoti. Anche la chiamata dei giovani creativi è una delle sue invenzioni e la conduce lei personalmente in teatro. Se li coccola questi giovani artisti o aspiranti artisti in erba e si vede che lo fa con grande piacere e con amore. È bello lavorare con i giovani, l’aiuta a credere che il mondo non è poi così brutto come sembra?

“Sì. Io sono sempre convinta che l’uomo sia buono. Da sempre e per sempre. L’uomo è un progetto divino. Non può essere solo negativo. Tendenzialmente è buono. Anche se con la libertà di scelta che ci è stata lasciata e soprattutto che ci siamo presi, noi ogni tanto costruiamo trappole in cui inciampiamo. Ma il fondamento è buono. E io vado a cercarlo dove ancora non s’è sciupato. I giovani sono da sempre la nostra grande speranza e sono molto più avvicinabili di quello che vogliono far credere. Se gli adulti non guardano e parlano ai giovani con questo sentimento di apertura e di empatia commettono un grande errore e un grande peccato. Di nuovo, un peccato originale.”

 

Intervista raccolta da Pier Giorgio Carloni

 

 

Cristina Mazzavillani Muti durante le audizioni in teatro e il giovanissimo Federico Pezzilli (foto Luca Concas)